giovedì 17 settembre 2009

Mancato decollo del Patto Territoriale

VAL D’AGRI – A distanza di molti anni ancora non vede la luce il Patto Territoriale della Val d’Agri. Il silenzio regna sovrano e ci si chiede se bisognerà ancora attendere o rassegnarsi all’idea di dover perdere definitivamente il treno della crescita imprenditoriale, civile ed occupazionale della Val d’Agri. Una crescita che, a tenore di accreditate documentazione, sembrava essere non solo auspicabile ma anche possibile grazie all’utilizzo intelligente delle risorse derivanti dall’attività estrattiva del greggio. Invece, da come sembra, la storia di una strumentazione economico-occupazionale messa in cantiere per il comprensorio della Val d’Agri può a pieno titolo ritenersi unica e singolare. Singolare perché ci è dato conoscere di una programmazione di un Patto Territoriale per la Val d’Agri, redatto da Systema Bic Basilicata Scpa di Potenza su incarico della Comunità Montana “Alto Agri” nel 1998, che non ha mai conosciuto effettivo decollo. Nel 1998 l’allora Presidente della Cm “Alto Agri” Alberti scriveva, tra l’altro, al Presidente della Commissione Bilancio, senatore Coviello, al Presidente della Giunta Regionale ed agli Assessori che: “…La Cm “Alto Agri”, anche sulla scorta dell’intesa Eni-Regione, intende accelerare il processo di formazione del Patto Territoriale Val d’Agri, peraltro già in avanzata fase di discussione fra le parti sociali, territoriali, le istituzioni locali…”. Il Patto territoriale Val d’Agri, così come tutti quelli che in Europa ed in Italia hanno conosciuto concretizzazione, è uno strumento privilegiato di programmazione negoziata nonché espressione del principio di partenariato sociale, come definito dalla delibera Cipe del 23.3.1997. Lo strumento di programmazione per la Val d’Agri nasce dalla individuata capacità di utilizzo degli strumenti della programmazione negoziata che viene fatta propria dal Protocollo d’intesa sottoscritto il 07.10.’98 da Governo e Regione Basilicata per le compensazioni economiche e infrastrutturali legate allo sfruttamento dei bacini petroliferi della Val d’Agri. Ciò mediante l’utilizzo da parte della Regione Basilicata delle royalties di competenza statale ad essa trasferite. Nello studio-documento preliminare della Ceii Systema Bic Basilicata del ’98 il Patto Territoriale per la Val d’Agri viene definito “un vero e proprio modello di programmazione territoriale…in previsione della possibilità di godere di risorse economiche rinnovabili quantomeno per il ciclo delle attività estrattive ( un ventennio); si può quindi immaginare un Patto Territoriale laboratorio…sulla rigorosa logica del sostegno allo sviluppo del comprensorio…”. Il Patto Territoriale, mai decollato non si sa perché e per volontà di chi, costituiva lo strumento idoneo ed opportuno per governare i processi dello sviluppo della valle con la concertazione programmatica fra soggetti pubblici e privati con la stimolazione ambientale per accogliere iniziative produttive e coerenti con le suscettività economiche del comprensorio. Doveva incentivare, nelle diverse aree Paip dei vari comuni aderenti ( circa 20 ad iniziare da Abriola per finire a Roccanova, Laurenzana e Gorgoglione) e nell’area industriale di Viggiano, attività produttive per offrire sostegno alla localizzazione di imprese collegate allo sviluppo dei programmi di estrazioni petrolifere, con la valorizzazione delle produzioni specializzate e non, con la riorganizzazione delle filiere e con la valorizzazione della Val d’Agri e del suo territorio legata all’innalzamento dei flussi turistici. Il Patto, altresì, tra i suoi obiettivi annoverava la realizzazione ed il completamento delle infrastrutture necessarie a favorire gli investimenti produttivi. Precise finalità si dava per accrescere realmente e finalmente i livelli occupazionali della valle “attraverso due linee innovative”: 1) “formazione orientata a cogliere le opportunità lavorative che i settori produttivi dell’area già possono offrire, evitando dispersioni di specializzazioni e competenze”; 2) “incentivazione della microimprenditorialità attraverso il ricorso a servizi formativi ed informativi avanzati, alla promozione dell’hi-tech ed al consolidamento di soggetti abilitati al sostegno alle imprese fra cui le società per l’imprenditorialità giovanile”. La Systema Bic Basilicata, in ragione della delibera del Cipe, procedeva a rilevare i progetti d’investimento imprenditoriali che dovevano cogliere il rispetto degli obiettivi specifici dell’intento. Procedeva, ai fini dell’inserimento nel Patto Territoriale, quindi, ad approvare i progetti di fattibilità di imprenditori interessati a cogliere l’opportunità di forti incentivazioni derivanti dalle royalties del petrolio con la propria allocazione in una delle aree Paip nei vari comuni dell’area o nella zona industriale di Viggiano. Il comune di Paterno era uno di quei Comuni che, stimolando nel ’98 imprenditori esterni alla regione, aveva fatto la parte da leone. Su 23 progetti di fattibilità per il territorio, rigidamente selezionati nel ’99 dalla società di progettazione, metteva a segno ben 8 iniziative di interventi produttivi ( Mitica surgelati, Meca Pollino srl, General Eurocostruzioni srl, Keller Sud srl, Parente Michele, Excalibur srl, Cleaning Forte, Heron Plastic sas per un importo globale aggirantesi a circa 52 miliardi) per ben circa 250 reali unità occupazionali. Gli altri progetti di fattibilità selezionati riguardavano otto il Comune di Viggiano, tre il Comune di Moliteno, uno La Cm del “Camastra-Alto Sauro” ed uno tra Armento e San Martino d’Agri. Come già detto, il Patto Territoriale per la Val d’Agri si inseriva nella fonte normativa e procedurale contenuta nell’intesa fra Governo nazionale e Giunta regionale di Basilicata con la definizione di reciproco impegni. La Regione si impegnava a destinare i fondi derivanti dalle royalties di competenza statale, con forma di anticipazione all’amministrazione, per circa 325 miliardi di ex lire. Impegno volto a sostenere la realizzazione di interventi a favore dello sviluppo economico e dell’ampliamento delle basi occupazionali. Le risorse finanziarie per il Patto dovevano derivare dal programma estrattivo, gli interventi relativi alla realizzazione delle infrastrutture dovevano essere aggiuntivi e complementari alle risorse riservate al sostegno imprenditoriale previsto dal Patto e sottoscritti , per come avvenuto, tra Regione Basilicata e Governo. A tal proposito nell’ottobre del ’99 il Governo aveva dato il Decreto per il finanziamento di 27 miliardi di vecchie lire ( quota parte di finanziamento globale di 38 miliardi) destinati all’ammodernamento ed al completamento dell’Aviosuperficie di Grumento Nova. Si pensava, con il finanziamento concesso alla Comunità Montana “Alto Agri”, ad un aeroporto di 3° livello destinato alle merci ed alle persone, con un orientamento al servizio civile, alla protezione civile ed alle attività estrattive della zona. Anche per l’Aviosuperficie, invece, sembra di poter gridare allo scandalo. Per come ci è dato sapere, infatti, i 38 miliardi di ex lire dovevano, previa costituzione di apposita impresa di progettazione e gestione, essere utilizzati entro il 2004. Invece niente. Incredibile ma vero, a livello di Cm sembra si sia fatto di tutto per non utilizzare entro i termini prescritti questi svariati miliardi di vecchie lire, di cui la quasi totalità recuperati dal Governo recuperati dal Governo e destinati all’aeroporto di Genova. Come e quando, allora, si voleva cogliere migliori occasioni per utilizzare le ricchezze provenienti dalle royalties legate al petrolio per far decollare veramente la Val d’Agri e risolvere il suo penoso ed atavico stato di abbandono e di disoccupazione? Il Patto Territoriale trovava reale conforto in termini di fattibilità con la legge regionale 40/95 il cui art.2 prevede ancora che nel Bilancio Regionale sia accesa la voce del “fondo di sviluppo delle attività economiche e di incremento produttivo ed industriale della Val d’Agri”. Il fondo è pari, per la stessa legge regionale, al 3% della quantità di idrocarburi liquidi e gassosi estratti. Tale fondo doveva essere ed è integrato con risorse provenienti da programmi regionali e comunitari. Le attività imprenditoriali previste nel Patto per la Val d’Agri dovevano conoscere, in ragione dei dettati di apposite leggi statali e regionali, stimoli finanziari in conto capitale finalizzati alla reale occupazione che andavano da un minimo del 50% ad un massimo del 75% dell’investimento. Al soggetto promotore, la Cm “Alto Agri”, spettava ( con i venti Comuni che avevano deliberato la propria adesione delle Cm “alto Sauro-Camastra”, “Medio Agri” e “Melandro”, rientranti tra le aree individuate dalla legge regionale 40/95, e con l’Amministrazione Provinciale di Potenza anch’essa Ente aderente) la concertazione locale fino alla sottoscrizione del Protocollo d’intesa. La procedura che regolava la realizzazione del Patto era contenuta nella legge 140/99. Essa dava certezza di fattibilità programmatica e di risorse finanziarie spendibili nel momento in cui recitava: “A decorrere dal 1 gennaio ’99 alle Regioni a statuto ordinario incluse nell’obiettivo 1 di cui al regolamento Cee 2052/88 è corrisposta, per il finanziamento di strumenti della programmazione negoziata nelle aree di estrazione ed adiacenti, anche l’aliquota destinata allo Stato”. Era palesemente anche il caso della regione Basilicata. Ciò implicava la possibilità, secondo la Systema Bic della Basilicata, di riconoscere carattere di aggiuntività alle risorse derivanti dalle royalties statali rispetto a quelle provenienti dal Cipe destinate al Patto. Ancora oggi non si può accettare e capire per quali arcani misteri il Patto non abbia trovato reale decollo e non abbia conosciuto la sua concreta attuazione, implementando con cantierizzazioni la sua capacità progettuale ed assegnandogli quella funzione di volano di sviluppo capace altrove di creare migliaia di posti di lavoro. Anche in Val d’Agri, come altrove, sapendo governare tempi, opportunità e sicure risorse finanziarie, avremmo potuto gridare al miracolo. Invece resta il rammarico per non aver voluto e saputo cogliere questa grande opportunità e resta, a chi di competenza, da recitare il mea culpa per l’occasione buttata al vento in modo leggero e superficiale. La Val d’Agri paga il prezzo altissimo delle disattenzioni, dell’insipienza di chi non ha saputo o voluto dare certezza a strumenti progettuali e programmatici commissionati e redatti ma mai decollati. Le ricchezze passano purtroppo sulla testa delle genti della valle abituate a convivere con il costante sperpero di risorse per la realizzazione dell’ennesima ed inutile piazza od opera pubblica. Più di qualche giovane in futuro, trovandosi ad abitare in un probabile deserto a causa del ritorno ambientale sfavorevole legato all’attività estrattiva, cancellerà la memoria storica della Val d’Agri marchiata dalla dannazione di non aver saputo progettare giorni tranquilli in termini di sviluppo e progresso, di crescita comunitaria e di garanzia occupazionale.

Nuario Fortunato

Fonte: Il Quotidiano della Basilicata - Agosto 2008

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